Editoriale - di Vincenzo Lapunzina
Borghi siciliani, restare non è un atto di fede: serve la fiscalità di sviluppo
Ott 18, 2026
Il confronto di Erice riapre il dibattito sul futuro dei piccoli comuni. Bellezza, turismo e buone pratiche hanno valore, ma per contrastare lo spopolamento occorre rendere sostenibile la scelta di vivere, investire e lavorare nelle aree interne.
Ho letto il resoconto del confronto di Erice (Cinzia Conti, La Sicilia) sul futuro dei borghi siciliani e avverto una distanza preoccupante tra il linguaggio delle buone pratiche e la vita di chi, in quei paesi, deve decidere se restare, aprire un’attività, assumere un dipendente o mettere al mondo un figlio.
Comunità, bellezza, autenticità, formazione, turismo, parole rispettabili. Ma nessuna di queste, da sola, paga uno stipendio, sostiene un investimento o rende credibile un progetto di vita.
La questione è la gerarchia delle priorità. Prima di domandarci come rendere più attraenti i nostri paesi, dovremmo rispondere a una domanda: di che cosa devono vivere le persone che invitiamo a restare?
Fiscalità di sviluppo: un patto con chi investe e lavora
Nel ragionamento riportato dal resoconto, la leva fiscale sembra ricondotta a una misura compensativa, insufficiente senza condizioni adatte a fare impresa. È un’impostazione che, a mio giudizio, rischia di trascurare il punto decisivo, ovverosia, proprio la fiscalità può contribuire a costruire quelle condizioni.
Purché si parli di fiscalità di sviluppo, con una prospettiva diversa da quella del semplice vantaggio fiscale. La distinzione è politica e concreta, prima ancora che terminologica.
Uno sconto alleggerisce un costo. Una fiscalità di sviluppo deve esprimere un patto duraturo con chi investe, produce e lavora nei territori che vogliamo mantenere vivi. Deve consentire alle piccole e medie imprese di programmare, reinvestire, consolidarsi e creare occupazione stabile.
Servono misure affidabili nel tempo, legate ad attività reali, lavoro effettivo e permanenza sul territorio. Una prospettiva sulla quale costruire un piano d’impresa, assumere una persona, affrontare un investimento. La durata di un beneficio non può coincidere con quella dell’attenzione mediatica che ne accompagna l’annuncio.
È questa, a mio giudizio, la scelta prioritaria per dare credibilità all’invito rivolto ai giovani a rimanere nei luoghi dove non sono nati per errore e per offrire alle imprese una ragione concreta per continuare a scommetterci.
Contro lo spopolamento servono redditi e prospettive
Servizi, infrastrutture e collegamenti sono indispensabili e devono accompagnare questo percorso. La loro insufficienza, però, non può diventare l’alibi per rinviare all’infinito le decisioni necessarie a rendere sostenibile lavorare e produrre nelle aree interne e rurali.
Un giovane sceglie di restare se può costruirsi un reddito, accedere a una casa, immaginare una famiglia e affrontare un imprevisto senza dipendere da una promessa. L’inserimento del suo paese in un circuito prestigioso può essere un’opportunità, ma non risolve queste esigenze.
Un imprenditore assume quando ritiene di poter sostenere quel posto di lavoro nel tempo. Una carta d’intenti può indicare una direzione; la sostenibilità economica consente di percorrerla.
Il futuro dei borghi siciliani si misura anche da quante persone possono scegliere liberamente di non partire. È questo il risultato sul quale valutare incontri, programmi e documenti.
Le esperienze raccontate a Erice possono avere valore. Scuola, recupero dei centri storici, produzioni locali e collaborazione tra comuni meritano attenzione. Ma sommare iniziative interessanti non equivale, automaticamente, a costruire una politica contro lo spopolamento.
Il rischio è scambiare una vetrina di progetti per una risposta strutturale, mentre fuori dalla sala un commerciante fa i conti, un artigiano rinuncia a investire e un ragazzo prepara la valigia. È su quella distanza che dovrebbe concentrarsi il confronto.
Il turismo è un’opportunità, ma un paese deve vivere tutto l’anno
Mi convince ancora meno l’idea che l’attrattività turistica possa diventare la risposta generale alla fragilità dei piccoli comuni.
Un territorio deve poter essere abitato tutto l’anno. Deve offrire spazio a chi produce, ripara, coltiva, innova e presta servizi alla comunità. Il turismo può contribuire a questa economia, ma non può esaurirne l’orizzonte.
Immaginare il futuro delle aree rurali soltanto come una successione di soggiorni, eventi e racconti suggestivi significa lasciare irrisolta la questione della vita quotidiana. I residenti hanno bisogno di lavoro, continuità e servizi, questi non possono essere ridotti a comparse nella promozione del borgo.
A chi liquida una fiscalità di sviluppo seria, stabile e orientata all’occupazione proporrei un viaggio su Marte. Metaforico, naturalmente, abbastanza lontano dalle passerelle da ritrovare, al ritorno, il peso molto terrestre dei costi di un’impresa e dell’incertezza di una famiglia.
Si discuta di come realizzarla, delle risorse necessarie, degli impegni da chiedere ai beneficiari e dei risultati da verificare. Si affrontino con rigore sostenibilità, regole e controlli. È questo il terreno sul quale misurare una proposta politica.
Liquidare la leva fiscale prima ancora di metterla al centro del confronto lascia senza risposta la domanda da cui tutto dovrebbe partire, ovverosia, come rendere economicamente possibile la permanenza delle persone e delle attività?
Da Erice una richiesta politica precisa
Per questo auspico che il documento finale di Erice, da sottoporre ai Civici Consessi comnuali, compia un salto di qualità. Indichi una richiesta precisa per una fiscalità di sviluppo strutturale, individui interlocutori, responsabilità e tempi, chieda impegni verificabili.
L’approvazione di una carta nei consigli comunali assume significato se apre un percorso capace di produrre opportunità concrete. Il richiamo a Regione e Stato deve tradursi nella definizione del cambiamento che si vuole ottenere per chi vive e lavora nei territori.
È qui che serve la svolta, nel passaggio dagli auspici alle condizioni economiche che permettono alle comunità di durare.
I progetti di vita richiedono basi solide. La retorica dei sindaci pro tempore non offre garanzie sufficienti a chi deve assumersi responsabilità che attraversano decenni. I mandati finiscono; i mutui, gli investimenti e gli impegni familiari restano.
Ai giovani non dobbiamo chiedere un atto di fede verso il proprio paese. Dobbiamo offrire ragioni concrete per sceglierlo.
Prima la fiscalità di sviluppo. Il resto verrà dopo: nella gerarchia delle scelte politiche, non nel calendario degli alibi.