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Unione dei Comuni Madonie, il nodo della legittimità che attende ancora risposte

La Regione Siciliana ha delegato all’Unione dei Comuni un ruolo centrale nella gestione della Strategia Aree Interne. Ma restano aperti gli interrogativi sulla legittimità della sua costituzione

Ci sono vicende amministrative che, con il trascorrere del tempo, rischiano di trasformarsi in verità acquisite non perché siano state chiarite, ma semplicemente perché nessuno le mette più in discussione.
La storia della c.d. “Unione dei Comuni Madonie” sembra essere una di queste.
Da anni vengono presentati esposti, segnalazioni, richieste di chiarimento e diffide che pongono una domanda precisa: l’ente è stato costituito nel rispetto della normativa regionale vigente oppure no?
Una domanda apparentemente semplice. Una domanda che meriterebbe una risposta altrettanto semplice.
Eppure, dopo anni, quella risposta continua a mancare.

Il ruolo affidato dalla Regione

A rendere la questione ancora più rilevante è quanto emerso pubblicamente il 13 giugno scorso durante un incontro svoltosi nell’aula consiliare del Comune di Castelbuono.
In quella sede, l’ingegnere Gioacchino Di Garbo ha dichiarato che l’Unione dei Comuni Madonie è stata riconosciuta dalla Regione Siciliana quale organismo intermedio per l’attuazione della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) nel ciclo di programmazione 2021-2027.
Non si tratta di un dettaglio tecnico.
Secondo quanto riferito, all’Unione sono state attribuite funzioni di gestione, valutazione, assegnazione e controllo di risorse pubbliche regionali, nazionali ed europee.
In altre parole, la Regione Siciliana, quindi il governo presieduto dal senatore Renato Schifani, ha affidato all’ente un ruolo strategico nella programmazione e nell’attuazione di interventi destinati allo sviluppo del territorio madonita.
Ed è proprio questo elemento a rendere ancora più urgente ogni verifica sulla sua piena legittimazione giuridica.

Il nodo normativo

La contestazione avanzata negli anni da diversi cittadini e formalizzata anche nell’ultima diffida inoltrata al Presidente della Regione Siciliana e a diversi Organi di controllo,  fa riferimento all’articolo 41 della Legge regionale n. 15 del 4 agosto 2015.
Secondo questa interpretazione, la norma avrebbe vietato ai Comuni siciliani la costituzione di nuove forme associative, comprese quelle previste dagli articoli 31 e 32 del Testo Unico degli Enti Locali, salvo specifiche deroghe espressamente previste.
È una tesi che può essere condivisa o contestata. Ma proprio per questo dovrebbe essere affrontata e chiarita in maniera definitiva.
Se la costituzione dell’ente è conforme alla legge, occorre dimostrarlo senza ambiguità. Se invece esistono criticità, è necessario accertarle e valutarne le conseguenze.

Il silenzio che alimenta i dubbi

Ciò che colpisce maggiormente non è soltanto il contenuto delle contestazioni. A colpire è soprattutto il perdurare di una situazione nella quale, a fronte di numerosi esposti e richieste di chiarimento, non sembra essere intervenuto alcun pronunciamento capace di chiudere definitivamente la questione.
Nel corso degli anni è stata più volte richiamata un’attività ispettiva svolta dall’Assessorato regionale delle Autonomie locali. Tuttavia, secondo i contestatori, quella verifica non avrebbe dissipato tutti i dubbi emersi e avrebbe anzi evidenziato aspetti meritevoli di ulteriori approfondimenti.
Approfondimenti che, a quanto risulta, non sarebbero mai stati completati.
Se così fosse, il problema non riguarderebbe più soltanto la validità dell’atto costitutivo. Riguarderebbe anche gli effetti prodotti negli anni, gli atti adottati, le funzioni esercitate e la gestione delle risorse pubbliche affidate all’ente.

Una questione di legalità

Questa non dovrebbe essere una battaglia politica. Non riguarda maggioranze o opposizioni. Non riguarda appartenenze territoriali. Riguarda il principio di legalità.  In uno Stato di diritto non esistono enti troppo importanti per essere sottoposti a verifica.
Non esistono obiettivi così condivisibili da poter giustificare eventuali deroghe alle norme. Il fine non può mai sostituire il rispetto delle regole. Tanto più quando si parla di istituzioni pubbliche e di fondi destinati alle comunità locali.

Le risposte che servono

La domanda, oggi, è più attuale che mai. Se l’Unione dei Comuni Madonie è pienamente legittima, perché non fornire una risposta definitiva e documentata alle contestazioni che vengono avanzate da anni? Se invece esistono aspetti mai chiariti fino in fondo, chi si assumerà la responsabilità di averli ignorati?
Le istituzioni interpellate hanno il dovere di rispondere. Non per soddisfare chi presenta esposti o diffide. Non per alimentare polemiche, ma per garantire trasparenza, certezza del diritto e fiducia dei cittadini.
Dopo anni di interrogativi, il tempo delle domande sembra essere finito.
È arrivato il momento delle risposte.

(foto in evidenza: Luigi Iuppa, presidente Unione dei Comuni Madonie)