Editoriale - di Vincenzo Lapunzina
Il vero rating della Sicilia lo danno i suoi giovani
Giu 22, 2026
Mentre la Regione celebra il miglioramento del rating finanziario, oltre l’80% dei giovani siciliani non vede prospettive di cambiamento e continua a considerare l’emigrazione come unica opportunità di futuro.
C’è un dato che dovrebbe pesare più di qualsiasi dichiarazione istituzionale, più di qualsiasi convegno e più di qualsiasi slogan sul rilancio della Sicilia: sette giovani siciliani su dieci non credono più nel futuro della loro terra.
Non si tratta di un malessere passeggero. È una sfiducia profonda e strutturale. Il 73% dei giovani ritiene che le cose non cambieranno mai. L’81% non si aspetta miglioramenti nei prossimi dieci anni. Un giovane su tre vive già fuori dall’Isola.
Ancora più inquietante è il fatto che, all’aumentare del livello di istruzione, diminuisca la fiducia nel futuro della Sicilia. In altre parole, più si studia e più si è convinti che per realizzarsi sia necessario partire.
Questa non è soltanto una crisi occupazionale. È una crisi di credibilità.
Il rating finanziario e il giudizio dei cittadini
Di fronte a questi numeri, le parole del presidente della Regione Renato Schifani sulla fiducia nel futuro appaiono insufficienti. La fiducia non si invoca. Si conquista. E si conquista attraverso risultati concreti, non attraverso comunicati, campagne di comunicazione o valutazioni statistiche.
Nei giorni scorsi il presidente ha richiamato positivamente anche il miglioramento del rating della Regione Siciliana, presentandolo come un segnale di affidabilità e di crescita. Si tratta certamente di un indicatore importante per i mercati e per gli investitori.
Ma quando oltre l’80% dei giovani dichiara di non vedere alcun miglioramento all’orizzonte e quando il 73% è convinto che le cose non cambieranno mai, sorge una domanda inevitabile: a chi parla davvero quel rating?
Perché esiste una differenza sostanziale tra la fiducia degli osservatori finanziari e quella dei cittadini. Un giudizio espresso dalle agenzie specializzate può certificare la solidità di alcuni parametri economici, ma non misura la qualità della vita nei territori, non fotografa l’emigrazione giovanile, non valuta il livello di meritocrazia percepito e non restituisce la speranza di una generazione che continua a preparare le valigie.
Il vero rating della Sicilia non è quello assegnato dalle agenzie finanziarie. È quello espresso ogni giorno dai suoi giovani. E il giudizio che emerge da questa indagine è impietoso.
Le responsabilità della politica e della classe dirigente
Schifani non è un amministratore appena arrivato sulla scena pubblica. È stato parlamentare della Repubblica per quasi trent’anni, capogruppo dei senatori di Forza Italia e Presidente del Senato della Repubblica, la seconda carica dello Stato.
Per anni ha occupato uno dei ruoli più influenti di Palazzo Madama e delle istituzioni nazionali, partecipando ai processi decisionali che hanno inciso sullo sviluppo del Mezzogiorno e della Sicilia.
Proprio per questo risulta difficile sostenere che le responsabilità della condizione attuale dell’Isola appartengano sempre ad altri.
Chi ha trascorso decenni nei luoghi in cui si assumono le decisioni più importanti per il Paese non può limitarsi a registrare il disagio dei giovani siciliani o a chiedere loro fiducia. Deve anche interrogarsi sul perché, nonostante anni di presenza ai vertici delle istituzioni, una parte così significativa delle nuove generazioni continui a considerare la partenza l’unica prospettiva credibile.
Se la Sicilia cresce, perché i giovani continuano a partire?
La domanda resta inevitabile: se la Sicilia cresce davvero, perché tanti giovani continuano ad andarsene? Se le opportunità aumentano, perché il lavoro stabile e qualificato continua a rappresentare un traguardo per pochi? Se il cambiamento è in corso, perché nelle aree rurali prevale ancora la sensazione dell’abbandono?
Il diritto di restare nella propria terra
Eppure esiste una parte della Sicilia che raramente trova spazio nelle statistiche e nei dibattiti pubblici, ovvero, quella dei giovani che scelgono di restare.
Giovani che vivono nei piccoli comuni, nelle campagne, nei territori più marginali dell’Isola e che non considerano la propria permanenza una rinuncia.
Non sono nati lì per errore. Non vivono lì per mancanza di alternative. Hanno il diritto di poter costruire il proprio futuro nei luoghi in cui sono nati e che amano, senza essere costretti a scegliere tra la propria terra e le proprie aspirazioni.
La vera libertà non consiste soltanto nel poter partire, consiste soprattutto nel poter restare.
E quando intere comunità vengono private delle condizioni minime per garantire lavoro, servizi, imprese e prospettive di crescita, quella libertà viene negata.
Non solo politica: le responsabilità della società siciliana
Ma sarebbe un errore fermarsi alla politica. Le responsabilità sono più ampie e coinvolgono tutti coloro che esercitano un ruolo di guida nella società siciliana.
Anche la Chiesa, che giustamente richiama da anni l’attenzione sullo spopolamento e sulla necessità di garantire ai giovani la libertà di restare, non può sottrarsi a un confronto con la realtà.
Monsignor Giuseppe Marciante, Vescovo di Cefalù e promotore del recente convegno dedicato alle aree interne e alle isole del Mediterraneo, ha posto ancora una volta il tema al centro del dibattito pubblico. Un’iniziativa certamente meritoria. Tuttavia, una domanda resta aperta, oltre alle analisi e agli appelli, quali azioni concrete sono state messe in campo per sostenere strumenti capaci di incidere realmente sulle cause economiche dello spopolamento?
Zone Franche Montane: dalle parole agli strumenti
La stessa domanda riguarda molti dei relatori e dei protagonisti del convegno che si è tanuto sabato scorso a Cefalù (“Il Patto per le Isole. Quale strategia dell’Unione Europea per il Mediterraneo?”).
Se tutti riconoscono che i territori si stanno svuotando e che i giovani continuano a partire, allora diventa difficile comprendere il sostegno timido, quando non assente, riservato alle Zone Franche Montane.
Si tratta di una delle poche proposte legislative strutturali elaborate negli ultimi anni per compensare gli svantaggi permanenti delle aree montane siciliane e creare condizioni più favorevoli per imprese, famiglie e nuove generazioni.
Se davvero si ritiene che i giovani debbano avere la libertà di restare, allora occorre sostenere con determinazione non soltanto i principi ma anche gli strumenti che possono renderli concreti.
Diversamente, il rischio è che i convegni producano documenti, manifesti e dichiarazioni mentre i paesi continuano a svuotarsi e le comunità continuano a perdere i propri figli.
La fuga dei giovani è il giudizio più severo sulla Sicilia
La verità è che la Sicilia continua a perdere i suoi giovani non soltanto per mancanza di lavoro, ma perché troppi di loro ritengono che il merito conti meno delle relazioni, delle appartenenze e dei meccanismi di potere. Quando il talento non trova spazio, prende la strada dell’emigrazione. Per questo la fuga dei giovani non rappresenta soltanto un problema demografico. È il giudizio più severo sulla qualità della classe dirigente siciliana.
Un giudizio che coinvolge la politica, le istituzioni, il mondo economico, quello accademico e persino le grandi agenzie educative e sociali.
Ogni giovane che parte porta con sé competenze, energie, idee e futuro. Ogni partenza rappresenta una sconfitta collettiva.
E quando un’intera generazione smette di credere che sia possibile costruire il proprio avvenire nella terra in cui è nata, non è la fiducia dei giovani a essere in discussione.
Il problema è la credibilità di chi, da decenni, promette cambiamenti che continuano a non arrivare.