Intervista - di Vincenzo Lapunzina
Madonie. Tumori, cresce l’allarme: screening e prevenzione per anticipare la malattia
Ott 05, 2026
Contro i tumori, arrivare prima può cambiare tutto. Una diagnosi precoce aumenta le possibilità di cura e può salvare vite, soprattutto in una fase in cui i dati sui casi rilevati impongono attenzione.
Nel Distretto Sanitario 35, dal 2021 – ultimo dato disponibile restituito dal Registro Tumori di Palermo – si registrerebbe un aumento delle diagnosi, riconducibile anche alla crescente attività di screening che l’Azienda sanitaria ha messo in campo negli ultimi anni. Più si cerca, dunque, più si riesce a intercettare precocemente la malattia.
È un segnale che richiama la necessità di rafforzare la prevenzione, aumentare l’adesione agli screening e intercettare la malattia prima che si manifesti in forme più avanzate.
La sfida è anche territoriale, ovvero, portare controlli e servizi vicino ai cittadini, raggiungendo chi vive nelle aree rurali, dove distanze e difficoltà di accesso alla sanità rischiano di tradursi in disuguaglianze di salute.
Prevenire, quindi, significa anche abbattere queste distanze.
Con il Direttore Generale dell’ASP di Palermo, prof. Alberto Firenze, parliamo di screening oncologici, “Le Vie della Prevenzione”, sanità di prossimità e diritto alle cure, con un’attenzione particolare alle Madonie, al futuro del Presidio ospedaliero di Petralia Sottana e, più complessivamente, dell’assistenza sanitaria sul territorio.
E proprio Firenze conclude con un appello ai cittadini, cioè, partecipare alla giornata dell’11 ottobre (clicca QUI per i dettagli del programma) e cogliere l’opportunità offerta dalla prevenzione, perché sottoporsi a uno screening oggi può significare proteggere la propria salute domani.
L’intervista
Professore Firenze, prevenire significa spesso arrivare prima della malattia. Quanto può fare realmente la differenza uno screening oncologico effettuato nei tempi giusti? E quanto conta convincere anche chi si sente bene a sottoporsi periodicamente ai controlli?
La prevenzione oncologica può fare una differenza concreta perché consente di intercettare una malattia quando ancora non si manifesta attraverso sintomi evidenti o quando è possibile intervenire in una fase più precoce. È proprio questo il valore degli screening: non aspettare che sia la malattia a presentarsi, ma andare a cercarla quando la persona sta bene.
Il nostro compito, però, non è soltanto offrire il servizio. Dobbiamo anche convincere le persone a utilizzarlo. Una persona sana spesso non percepisce l’urgenza di fare un controllo, ma proprio quella condizione di benessere rappresenta il momento migliore per occuparsi della propria salute.
Mammella, colon-retto e cervice uterina: gli screening possono salvare vite, eppure una parte della popolazione continua a non aderire. Perché è ancora così difficile convincere tutti dell’importanza della diagnosi precoce? È un problema di informazione, di paura o anche di difficoltà nell’accesso ai servizi?
È un insieme di fattori. C’è certamente un problema di comunicazione, ma possono incidere anche la paura, la tendenza a rimandare e, in alcuni territori, la distanza dai servizi. Per questo non credo che basti dire ai cittadini di fare prevenzione: dobbiamo creare le condizioni perché farla sia semplice.
Significa comunicare meglio, ma anche portare i servizi nei luoghi dove le persone vivono. Se una mammografia, un Pap test, un HPV test o il SOF test diventano facilmente accessibili, riduciamo uno degli ostacoli all’adesione. La prevenzione deve essere proposta come un’opportunità concreta, non come un ulteriore adempimento a carico del cittadino.
Prima “ASP in Piazza”, poi gli Open Day, oggi “Le Vie della Prevenzione”: portare la sanità fuori dagli ambulatori non è una novità. Cosa cambia davvero con questo nuovo modello? Può diventare uno strumento stabile per colmare le disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione tra città, periferie e aree rurali?
Il punto non è soltanto organizzare una giornata fuori dall’ambulatorio. Il vero obiettivo è costruire un modello di prossimità nel quale l’Azienda sanitaria vada incontro alle persone partendo innanzitutto dal fabbisogno della popolazione eleggibile e dalle esigenze specifiche di ciascun territorio. Non semplici appuntamenti, quindi, ma iniziative pensate per rispondere ai bisogni di una comunità e di un Comune, valorizzando anche la programmazione degli appuntamenti successivi nelle vicinanze o all’interno delle Case di Comunità. È questo il senso di “Le Vie della Prevenzione”: portare screening, vaccinazioni, attività di prevenzione e servizi nei luoghi in cui le persone vivono, con particolare attenzione ai piccoli comuni e alle aree interne. Le Case di Comunità possono avere in questo percorso un ruolo importante, perché devono diventare luoghi familiari, facilmente riconoscibili e sempre più percepiti dai cittadini come un primo front office della sanità. È un modello che vogliamo consolidare: la prevenzione non può dipendere dal luogo in cui una persona vive, ma deve essere organizzata in modo da intercettare concretamente chi ha diritto e bisogno di accedere ai programmi di prevenzione.
Nelle aree rurali anche la distanza da un servizio sanitario può trasformarsi in una rinuncia alla prevenzione. Portare screening e professionisti direttamente nei piccoli comuni può contribuire a ridurre questo divario? In altre parole, la prossimità può diventare uno degli strumenti per garantire concretamente uguaglianza nel diritto alla salute?
Assolutamente sì. La distanza geografica può diventare una distanza sanitaria e, in alcuni casi, trasformarsi in una rinuncia. È un problema che riguarda soprattutto le aree interne e i territori più periferici.
Per questo riteniamo importante raggiungere i cittadini direttamente nei loro comuni. Non significa sostituire i servizi territoriali, ma integrarli con una presenza itinerante capace di intercettare persone che altrimenti potrebbero non entrare nei percorsi di prevenzione.
La prossimità è quindi uno degli strumenti attraverso i quali possiamo rendere più concreto il principio di equità nell’accesso alla salute.
La prevenzione non può esaurirsi in una giornata di screening. Quanto è importante costruire una vera cultura della prevenzione che accompagni il cittadino durante tutto l’anno? E quale ruolo devono avere medici di famiglia, pediatri, farmacie, scuole e amministrazioni locali?
È fondamentale. Una giornata di screening può rappresentare il momento nel quale una persona compie il primo passo, ma la prevenzione deve diventare un comportamento abituale. Per questo serve una rete. Il medico di medicina generale e il pediatra hanno un rapporto diretto e continuativo con le persone e possono svolgere un ruolo importante nell’orientamento. In questa rete rientrano anche le Case di Comunità, le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) ed i medici del Ruolo Unico si Assistenza Primaria RUAP), insieme alle farmacie, alle scuole e alle amministrazioni locali, che possono contribuire a intercettare i bisogni e a favorire l’accesso ai percorsi di prevenzione. L’ASP non può fare tutto da sola. La prevenzione funziona quando istituzioni, professionisti e territorio lavorano nella stessa direzione, costruendo una rete capace di accompagnare il cittadino non soltanto quando ha bisogno di curarsi, ma anche quando sta bene e deve prendersi cura della propria salute.
“Le Vie della Prevenzione” possono diventare qualcosa di più di un calendario di appuntamenti itineranti? L’obiettivo dell’ASP è costruire un modello permanente capace di intercettare soprattutto chi, per ragioni economiche, sociali o geografiche, rischia di rimanere fuori dai percorsi di prevenzione?
È esattamente la direzione nella quale vogliamo andare. Non ci interessa semplicemente aumentare il numero degli appuntamenti, ma costruire una modalità di lavoro che renda la prevenzione più vicina e accessibile. Dobbiamo prestare particolare attenzione alle persone che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi, per ragioni economiche, sociali o geografiche. La sanità pubblica ha il dovere di andare a cercarle, di intercettarle e di accompagnarle nei percorsi disponibili. “Le Vie della Prevenzione” può rappresentare uno degli strumenti attraverso i quali rendere stabile questa presenza sul territorio.
L’11 ottobre Castellana Sicula ospiterà un’intera giornata dedicata alla prevenzione, con screening e numerosi servizi sanitari. Quale messaggio vuole rivolgere ai cittadini delle Madonie? Perché una persona che magari rinvia da mesi un controllo dovrebbe cogliere proprio questa occasione?
Il messaggio è molto semplice: non rimandare ancora. Se un controllo è previsto dai programmi di prevenzione, approfittare di una giornata organizzata direttamente sul territorio significa poterlo fare in modo semplice, vicino a casa e senza trasformarlo in un percorso complicato.
Le Madonie sono un territorio nel quale la prossimità assume un significato particolare. Essere a Castellana Sicula significa dire ai cittadini che la prevenzione non riguarda soltanto i grandi centri e che l’ASP vuole essere presente anche nelle comunità più piccole.
A chi continua a rimandare direi proprio questo: se il servizio arriva vicino a voi, cogliete l’occasione.
C’è una parte della popolazione che non può permettersi di rivolgersi alla sanità privata e che alla sanità pubblica è costretta a chiedere risposte, talvolta anche urgenti, ai propri bisogni di salute. Cosa sente di dire a queste persone? E quale impegno deve assumersi un’ASP affinché la possibilità di curarsi non dipenda dalle disponibilità economiche di ciascuno?
La sanità pubblica esiste innanzitutto per garantire il diritto alla salute a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche. Questo principio deve tradursi in servizi accessibili, capaci di rispondere ai bisogni delle persone e soprattutto di non lasciare indietro chi ha maggiori difficoltà.
Il nostro impegno è lavorare perché il cittadino possa trovare nell’ASP un punto di riferimento. Significa migliorare l’organizzazione, rendere più accessibili i servizi, portare la prevenzione nei territori e costruire percorsi che tengano conto delle diverse condizioni delle persone. La possibilità di tutelare la propria salute non può diventare una questione legata alla capacità di sostenere una spesa privata.
Il presidio di Petralia Sottana dispone di una struttura importante, che potrebbe avere potenzialità ben superiori alla sola dimensione comprensoriale. È possibile immaginare per l’intero complesso un progetto di rilancio che ne faccia una struttura sanitaria di riferimento regionale? Un polo capace di integrare ospedale, territorio, prevenzione e servizi specialistici e, soprattutto, di attrarre pazienti e professionalità anche dal resto della Sicilia?
Petralia Sottana ha caratteristiche e potenzialità che meritano di essere valorizzate. Il tema non è soltanto quello dell’ospedale in senso stretto, ma quello di costruire una maggiore integrazione tra assistenza ospedaliera, territorio, servizi specialistici e prevenzione.
Stiamo lavorando nella direzione di una sanità territoriale sempre più organizzata e capace di rispondere alle esigenze delle aree interne. In questo quadro, Petralia può avere un ruolo importante. Naturalmente un progetto di dimensione regionale richiede una programmazione condivisa e il coinvolgimento dei diversi livelli istituzionali.
L’obiettivo deve essere creare le condizioni perché una struttura situata nelle Madonie possa rappresentare non un punto marginale, ma una risorsa per un territorio molto più ampio.
Direttore, se dovesse indicare oggi la sfida più importante che l’ASP di Palermo deve vincere sul terreno della prevenzione, quale sceglierebbe? E quale risultato concreto vorrebbe poter consegnare ai cittadini nei prossimi anni per poter dire che la prevenzione è diventata davvero parte della quotidianità della sanità pubblica?
La sfida più importante è trasformare la prevenzione da un’offerta alla quale aderire occasionalmente in una parte normale della vita sanitaria delle persone. Vorrei che un cittadino considerasse lo screening, la vaccinazione, il controllo periodico non come qualcosa da fare quando si presenta un problema, ma come una componente naturale della tutela della propria salute.
E vorrei soprattutto che nessuno rinunciasse alla prevenzione perché vive in un piccolo comune, perché ha difficoltà economiche o perché non sa a chi rivolgersi. Il risultato che dobbiamo costruire è una sanità pubblica nella quale la prevenzione sia davvero vicina alle persone, accessibile e presente durante tutto l’anno.