Case di Comunità, la salute non può avere un prezzo orario

L’accordo raggiunto in Veneto tra Regione e medici di medicina generale per garantire l’apertura delle Case di Comunità viene salutato come un successo amministrativo e politico. La Giunta, presieduta da Alberto Stefani, parla di svolta, di modello innovativo e di rafforzamento della sanità territoriale. Tuttavia, al di là degli annunci, resta una questione che merita una riflessione seria, soprattutto se questo modello dovesse essere preso a riferimento anche in altre regioni, Sicilia compresa.

Il significato dei 60 euro l’ora

Il dato che più colpisce non è l’apertura delle strutture previste dal PNRR, ma il meccanismo individuato per garantirne il funzionamento. Sessanta euro lordi all’ora per le attività aggiuntive svolte dai medici di medicina generale.
Sia chiaro. Nessuno mette in discussione il valore del lavoro dei medici né il diritto a una retribuzione adeguata. Il problema è un altro. Quando il funzionamento di un servizio pubblico essenziale viene subordinato a compensi straordinari per coprire attività che dovrebbero essere parte integrante di una programmazione sanitaria efficace, significa che qualcosa nel sistema non sta funzionando.
I sessanta euro l’ora rappresentano molto più di una cifra. Sono il simbolo di una sanità che rischia di passare dalla programmazione alla contrattazione permanente. Se per garantire l’apertura delle Case di Comunità occorre acquistare disponibilità professionali a tariffa oraria, allora il problema della carenza di personale non viene risolto. Viene semplicemente rinviato.

L’eredità culturale dell’emergenza Covid

La sensazione è che il Covid abbia lasciato una pesante eredità culturale. Durante l’emergenza sanitaria era inevitabile ricorrere a strumenti straordinari per fronteggiare una situazione senza precedenti. Oggi, però, sembra essersi affermato un principio pericoloso. “Pagami e ci sono”.
Dai gettonisti ospedalieri ai turni aggiuntivi, fino alle nuove Case di Comunità, il sistema sanitario appare sempre più dipendente dalla capacità di trovare professionisti disponibili dietro compensi extra.
Non è una critica ai medici. È una critica a un modello che rischia di trasformare una soluzione emergenziale in una regola permanente. Perché se oggi il problema si affronta con 60 euro l’ora, domani potrebbero servirne 70 o 80. Ma la domanda resterà sempre la stessa.
Stiamo costruendo una sanità più forte o stiamo semplicemente pagando di più per nasconderne le fragilità?

Gli interrogativi aperti in Veneto

In Veneto l’accordo è arrivato pochi giorni prima della scadenza fissata per l’entrata a regime delle Case di Comunità. Una corsa contro il tempo che ha consentito di evitare uno stallo, ma che lascia aperti molti interrogativi. Quanti medici aderiranno realmente? Quanti infermieri saranno disponibili? Come verranno gestite le sostituzioni e le assenze? Quali servizi saranno concretamente garantiti ai cittadini?
Sono domande che meritano risposte concrete prima di poter valutare il reale successo dell’iniziativa.

La situazione della Sicilia

Questi interrogativi assumono un peso ancora maggiore se guardiamo alla Sicilia. Nella nostra regione il quadro è molto diverso da quello veneto. Le carenze di personale sono croniche. Molti territori interni soffrono l’assenza di medici di famiglia. I pronto soccorso lavorano spesso in condizioni di sovraccarico. Le differenze tra aree urbane e zone periferiche continuano a penalizzare migliaia di cittadini.
In questo contesto, immaginare di rendere operative le Case di Comunità facendo affidamento principalmente su prestazioni aggiuntive retribuite rischia di essere una soluzione fragile e insufficiente.

Da dove arriveranno i professionisti?

La domanda fondamentale è semplice. Da dove arriveranno i professionisti necessari? Medici, infermieri e operatori sanitari non si producono per decreto. Se oggi molti ambulatori territoriali faticano a garantire continuità assistenziale, è legittimo chiedersi come si potranno coprire anche i nuovi servizi previsti dalle Case di Comunità senza impoverire ulteriormente quelli esistenti.
Il rischio è che le nuove strutture diventino contenitori formalmente aperti ma privi della forza necessaria per rispondere alle esigenze reali dei cittadini. Ed è un rischio che non possiamo permetterci.

Servono programmazione e stabilità

Le Case di Comunità dovrebbero rappresentare il cuore della nuova sanità territoriale. Il luogo della prevenzione, della presa in carico dei pazienti cronici, dell’assistenza agli anziani e alle persone fragili.
Dovrebbero ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso e avvicinare la medicina ai territori. Per fare tutto questo servono professionisti stabili, équipe multidisciplinari, organizzazione e programmazione. Non bastano incentivi economici e soluzioni dell’ultimo minuto.

Prima dei giudizi servono i risultati

Per questo motivo, prima di condividere gli entusiasmi che accompagnano l’accordo veneto, sarebbe opportuno attendere i dati reali. Quanti operatori saranno effettivamente coinvolti? Quale copertura territoriale sarà garantita? Quali servizi saranno disponibili e con quale continuità? (Repetita iuvant)
Sono questi gli indicatori che permetteranno di valutare l’efficacia del progetto.

La vera sfida oltre il PNRR

In Sicilia, più che altrove, servono trasparenza e verità. Perché la vera sfida non sarà inaugurare le Case di Comunità entro le scadenze del PNRR. La vera sfida sarà farle funzionare tra cinque o dieci anni.
La salute dei cittadini non può essere misurata in ore acquistate a 60 euro. Deve essere garantita da un sistema sanitario pubblico forte, organizzato e capace di programmare il futuro.
Altrimenti il rischio è quello di costruire nuove strutture senza risolvere il problema più grande: la mancanza di una visione capace di mettere davvero al centro il diritto alla salute.