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Salvatore Borsellino entra in politica: quando la memoria sceglie una parte

L’adesione a Controcorrente apre una riflessione sul rapporto tra testimonianza civile, indipendenza morale e appartenenza politica

L’adesione di Salvatore Borsellino al movimento Controcorrente di Ismaele La Vardera è una notizia che merita rispetto, ma anche una riflessione pubblica libera da entusiasmi e pregiudizi.
Rispetto, innanzitutto, perché Salvatore Borsellino non è soltanto il fratello del giudice Paolo Borsellino. È un cittadino che da oltre trent’anni conduce una battaglia instancabile per la verità sulla strage di Via D’Amelio, denunciando depistaggi, omissioni e zone d’ombra che ancora oggi interrogano le coscienze del Paese.
Nessuno può contestargli il diritto di compiere una scelta politica. Sarebbe persino paradossale negare a un uomo che ha sempre rivendicato libertà, giustizia e partecipazione democratica la possibilità di schierarsi apertamente.
La questione, tuttavia, non riguarda la sua libertà personale. Riguarda il significato pubblico di una scelta così esplicita.

Dalla memoria civile alla militanza

Per anni Salvatore Borsellino è stato percepito come una delle voci più autorevoli della memoria civile italiana. Una presenza costante nelle piazze, nei dibattiti e nelle iniziative dedicate alla lotta contro la mafia e alla ricerca della verità sulle stragi.
La sua forza è sempre derivata anche dalla sua autonomia rispetto agli schieramenti politici. Le sue critiche hanno colpito governi di ogni colore, apparati dello Stato, magistratura e partiti, senza particolari riguardi per nessuno.
Era la voce di una coscienza critica che non apparteneva a una parte.  L’ingresso in un movimento politico cambia inevitabilmente questa percezione.
Da oggi le sue battaglie saranno lette, volente o nolente, anche attraverso la lente dell’appartenenza politica. Non perché perdano valore, ma perché il contesto nel quale vengono espresse è mutato.

Il rischio della politicizzazione della memoria

Nelle dichiarazioni che hanno accompagnato l’annuncio emerge un elemento significativo. Più che sui contenuti programmatici del movimento, l’attenzione si concentra sul valore simbolico dell’adesione.
Salvatore Borsellino viene richiamato come fratello del magistrato assassinato dalla mafia, come fondatore delle Agende Rosse, come simbolo della richiesta di verità sulla strage di Via D’Amelio.
Tutto legittimo.
Ma è altrettanto legittimo chiedersi se la memoria di Paolo Borsellino, patrimonio dell’intera comunità nazionale, possa essere associata così strettamente a una specifica formazione politica senza perdere parte della sua dimensione universale.
La memoria delle vittime della mafia appartiene a tutti, non a una parte.

Una scelta legittima, una domanda necessaria

Salvatore Borsellino resta libero di impegnarsi dove ritiene più opportuno. Nessuno può mettere in discussione il suo percorso umano e civile.
Rimane però una domanda che il dibattito pubblico non dovrebbe evitare.
È possibile continuare a rappresentare una memoria condivisa quando si sceglie di entrare formalmente in una parte politica?
Non è una domanda contro Salvatore Borsellino.
È una domanda che riguarda il rapporto tra testimonianza e militanza, tra indipendenza morale e appartenenza politica, tra memoria collettiva e consenso.
Un interrogativo che merita rispetto, perché riguarda uno dei patrimoni civili più importanti della Repubblica italiana.
La memoria di Paolo Borsellino è troppo preziosa per essere considerata proprietà di qualcuno. Ed è proprio per questo che ogni sua evoluzione pubblica continua a interrogare la coscienza del Paese.