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Case e Ospedali di Comunità, la grande scommessa della Sicilia tra investimenti, carenza di personale e sostenibilità

Le Case e Ospedali di Comunità in Sicilia rappresentano uno dei pilastri della riforma della sanità territoriale finanziata dal PNRR. Con oltre 300 milioni di euro di investimenti e una rete di 156 Case della Comunità e 43 Ospedali di Comunità programmati sul territorio regionale, la sfida non riguarda soltanto la realizzazione delle strutture, ma soprattutto la capacità di reperire il personale necessario per renderle realmente operative.

La rivoluzione della sanità territoriale prevista dal DM 77

La riforma della sanità territoriale prevista dal Decreto Ministeriale 77 del 2022 rappresenta uno degli interventi più ambiziosi realizzati in Italia dalla nascita del Servizio sanitario nazionale. Finanziata attraverso la Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, punta a trasferire una parte significativa dell’assistenza dall’ospedale al territorio, rafforzando la medicina di prossimità, migliorando la presa in carico dei pazienti cronici e riducendo la pressione sui pronto soccorso.

Il decreto individua standard organizzativi precisi, prevedendo una Casa della Comunità Hub ogni 40-50 mila abitanti, un Ospedale di Comunità da 20 posti letto ogni 100 mila abitanti e una Centrale Operativa Territoriale ogni 100 mila abitanti. Allo stesso tempo consente adattamenti nelle aree interne e disagiate per garantire l’accessibilità ai servizi.

Oltre 300 milioni di euro per la nuova rete territoriale

La Sicilia ha recepito il modello con una programmazione particolarmente estesa. Sono state previste 156 Case della Comunità, 43 Ospedali di Comunità e 50 Centrali Operative Territoriali, per investimenti che superano complessivamente i 300 milioni di euro.

Palermo concentra il maggior numero di strutture, con 39 Case della Comunità e 10 Ospedali di Comunità. Seguono Catania con 29 Case e 10 Ospedali, Messina con 21 Case e 6 Ospedali, Agrigento con 19 Case e 3 Ospedali, Trapani con 13 Case e 3 Ospedali, Siracusa con 12 Case e 4 Ospedali, mentre Ragusa e Caltanissetta ne avranno nove ciascuna ed Enna cinque.

Sulla carta si tratta di una trasformazione destinata a incidere profondamente sul sistema sanitario regionale. La Sicilia è infatti una delle regioni maggiormente esposte all’invecchiamento della popolazione, alla crescita delle patologie croniche e alle difficoltà di accesso ai servizi nelle aree più periferiche. Una rete territoriale efficiente potrebbe ridurre i ricoveri impropri, favorire le dimissioni protette, migliorare la continuità assistenziale e offrire ai cittadini risposte più rapide e vicine ai luoghi di residenza.

Il problema non sono gli edifici ma il personale

La vera sfida, tuttavia, non riguarda le strutture ma le persone che dovranno lavorarci.

Il PNRR finanzia edifici, tecnologie e infrastrutture, ma non garantisce in modo permanente le risorse necessarie per il personale. È proprio qui che emerge la principale criticità della riforma.

Già oggi molte Aziende Sanitarie Provinciali incontrano difficoltà nel garantire il funzionamento ordinario degli ambulatori specialistici territoriali. In numerose aree rurali discipline come cardiologia, diabetologia, neurologia e pneumologia vengono assicurate con crescente difficoltà a causa della carenza di professionisti disponibili.

Gli specialisti tendono spesso a privilegiare sedi vicine ai grandi centri urbani o alla propria residenza. Inoltre, i compensi previsti non sempre risultano sufficientemente attrattivi da compensare tempi di percorrenza, spostamenti e disagi logistici. Il risultato è che il numero di professionisti disponibili non cresce con la stessa velocità con cui aumentano le strutture da servire.

Il rischio è evidente: moltiplicare le sedi senza incrementare realmente i servizi. Lo stesso specialista potrebbe essere chiamato a distribuire poche ore di attività tra diverse Case della Comunità dello stesso distretto sanitario, frammentando ulteriormente l’offerta assistenziale. In questo scenario si avrebbero edifici aperti ma servizi limitati, strutture formalmente operative ma incapaci di garantire quella continuità assistenziale che costituisce la vera finalità della riforma.

Il caso delle Madonie e il Distretto sanitario 35

Le criticità diventano ancora più evidenti nelle aree interne. Un esempio significativo è rappresentato dal Distretto Sanitario 35 di Petralia Sottana, che comprende nove comuni montani e una popolazione complessiva inferiore ai 23 mila abitanti.

Nonostante le dimensioni demografiche contenute, la programmazione regionale prevede la realizzazione di un Ospedale di Comunità, quattro Case della Comunità e una Centrale Operativa Territoriale.

La scelta trova una giustificazione nella particolare conformazione geografica del territorio e nella necessità di garantire l’accesso ai servizi anche alle comunità più isolate. Tuttavia apre inevitabilmente interrogativi sulla sostenibilità futura dell’intero sistema.

Se gli standard nazionali individuano una Casa della Comunità Hub ogni 40-50 mila abitanti e un Ospedale di Comunità ogni 100 mila abitanti, la presenza di quattro Case della Comunità e di un Ospedale di Comunità in un’area con meno di 23 mila residenti rappresenta una significativa deroga ai parametri ordinari. Una deroga consentita dalla normativa per le aree interne, ma che dovrà necessariamente confrontarsi con la disponibilità effettiva di medici, infermieri e specialisti.

L’esposto e le richieste di verifica

In questo contesto assume particolare rilevanza l’esposto trasmesso alla Procura regionale della Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Termini Imerese, che prende in esame alcuni aspetti della programmazione sanitaria nel Distretto 35.

Nel documento vengono segnalate possibili criticità relative agli investimenti PNRR, tra cui la realizzazione dell’Ospedale di Comunità di Petralia Sottana, l’utilizzo di spazi già predisposti durante l’emergenza Covid, il successivo finanziamento di ulteriori interventi per oltre 2,5 milioni di euro, l’assenza di nuove assunzioni dedicate ai venti posti letto previsti e la sostenibilità complessiva della rete territoriale programmata.

Si tratta di elementi che costituiscono richieste di approfondimento e verifica e che saranno eventualmente valutati dagli organi competenti. Al di là degli aspetti amministrativi e contabili, il caso delle Alte Madonie si configura come un banco di prova dell’intera riforma regionale.

Il ruolo decisivo dei medici di famiglia

A rendere il quadro ancora più complesso è la posizione dei medici di medicina generale.

Il DM 77 immagina Case della Comunità aperte fino a dodici ore al giorno, indicativamente dalle 8 alle 20, con una presenza integrata di medici di famiglia, infermieri di comunità e specialisti. Tuttavia la medicina generale continua a essere organizzata prevalentemente attraverso studi convenzionati autonomi.

Nelle grandi città l’integrazione potrebbe essere favorita da forme associative e da una maggiore concentrazione di professionisti. Nei piccoli comuni delle Madonie, dei Nebrodi, dei Sicani o dell’entroterra ennese la situazione appare molto più complessa. Molti medici seguono assistiti distribuiti su territori vasti e caratterizzati da collegamenti difficili, dove anche pochi chilometri possono tradursi in tempi di percorrenza rilevanti.

Diventa quindi legittimo chiedersi come sarà possibile garantire una presenza stabile all’interno delle Case della Comunità senza modificare profondamente l’organizzazione della medicina generale e senza prevedere adeguati incentivi economici e professionali.

Senza il coinvolgimento pieno dei medici di famiglia, il rischio è che le Case della Comunità perdano il loro ruolo strategico e si trasformino in semplici poliambulatori territoriali, privi della funzione di coordinamento e continuità assistenziale che rappresenta l’elemento più innovativo della riforma.

La sostenibilità economica dopo il PNRR

Esiste infine una questione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico ma che merita particolare attenzione: la sostenibilità economica degli investimenti una volta conclusa la stagione straordinaria del PNRR.

Le risorse del Next Generation EU non rappresentano una ricchezza gratuita. L’intero programma europeo è stato finanziato attraverso emissioni di debito comune che dovranno essere onorate negli anni futuri. Anche se una parte delle risorse è stata assegnata sotto forma di contributi, la sostenibilità complessiva dell’operazione dipenderà dalla capacità degli investimenti di generare efficienza, crescita economica e valore pubblico.

Nel caso della sanità territoriale, il rendimento atteso non è soltanto sanitario. Una rete efficiente dovrebbe ridurre ricoveri impropri e giornate di degenza evitabili, migliorare la salute della popolazione e favorire una maggiore partecipazione al lavoro, contribuendo indirettamente alla crescita economica.

Se invece gli investimenti dovessero tradursi in strutture sottoutilizzate o prive del personale necessario, il rischio sarebbe duplice: da una parte verrebbe meno l’obiettivo di migliorare la qualità dell’assistenza, dall’altra si genererebbero costi permanenti di gestione senza adeguati benefici economici e sociali.

La vera sfida sarà trasformare i cantieri in servizi

Il successo della riforma non si misurerà dal numero di cantieri conclusi, dalle inaugurazioni o dalle targhe affisse all’ingresso delle nuove strutture.

Sarà misurato dalla capacità di ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire i pronto soccorso, abbattere le liste d’attesa, rafforzare l’assistenza domiciliare e garantire una reale presa in carico dei pazienti cronici.

La Sicilia si trova davanti a una delle più grandi trasformazioni della propria sanità dagli anni Settanta a oggi. Gli edifici possono essere realizzati e ristrutturati in tempi relativamente brevi. Reperire medici, infermieri e specialisti disposti a lavorare stabilmente nei territori più fragili richiederà invece molto più tempo.

È su questo terreno che si giocherà il successo o il fallimento della riforma. Non nei cantieri, ma nella capacità di trasformare gli investimenti del PNRR in servizi realmente funzionanti, capaci di produrre salute, sviluppo e futuro per le comunità locali.