Video News - di Redazione
“The Stories We Wear”, il cortometraggio sul costo umano del fast fashion
Apr 23, 2026
ROMA (ITALPRESS) – Quando si parla di fast fashion si pensa spesso a fabbriche lontane nel sud-est asiatico. Ma lo sfruttamento è anche nei laboratori clandestini delle città britanniche. A raccontarlo è un cortometraggio di animazione, “The Stories We Wear”, commissionato dalla Glasgow Caledonian University e realizzato da media co-op.
La protagonista è Haina, una migrante appena arrivata nel distretto tessile di Leicester. La giovane, in cerca di lavoro, viene risucchiata dall’industria della moda a basso costo. Non si tratta di una storia inventata, ma è il risultato di una serie di interviste condotte dalla ricercatrice Erica Charles della Glasgow Caledonian University
Il cortometraggio, premiato al Cannes Short Film Festival, racconta il costo umano della produzione di abbigliamento per i marchi di fast fashion, ed è stato pensato per essere usato nelle scuole e nelle università. La storia di ragazze come Haina non sempre si risolve bene e, nonostante, il tema dell’animazione, il cortometraggio non finge che sia diversamente da così.
Una voce fuori campo, che utilizza estratti di interviste a lavoratori di fabbriche tessili di Leicester, spiega come alcuni operai venissero pagati al di sotto del salario minimo e di come altri fossero costretti a lavorare 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana.
“Il cortometraggio dimostra la forza interiore di queste sopravvissute, che spesso si trovano in situazioni disperate. È fondamentale affrontare il ruolo che noi, come consumatori, svolgiamo in questo processo. – afferma la ricercatrice Erica Charles – Avendo lavorato nel settore della moda per quasi 30 anni, è chiaro che è necessaria una maggiore responsabilità per lo sfruttamento che avviene nelle filiere di approvvigionamento della moda. Spero che il film incoraggi i consumatori a mettere in discussione i propri comportamenti d’acquisto e a promuovere un cambiamento positivo“.
Il team di media co-op ha scelto una palette quasi monocromatica, proprio per rappresentare visivamente il grigiore degli ambienti, come le abitazioni sovraffollate e lo squallore delle fabbriche. In questo contesto, però, colpisce un elemento: l’hijab giallo brillante di Haina.
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